Camillo Favaro presenta il suo 3° libro Vini e Terre di Borgogna – 28/03/2018.

Innumerevoli i viaggi in Borgogna, 200 le cantine visitate, migliaia i vini assaggiati, 800 quelli recensiti, decine i vignaioli divenuti amici…

Sono questi i numeri che ritroviamo nel racconto di Camillo Favaro, vignaiolo piemontese con un amore spassionato per i vini di Borgogna. Anzi, per la regione Borgogna intesa nella sua interezza fatta di storie di uomini, di paesaggi, di usanze, di tipicità e conformazioni uniche al mondo.

Il libro di Camillo Favaro e Giampaolo Gravina è l’atto conclusivo di un ciclo iniziato 12 anni fa, nel 2006, con il primo viaggio in Borgogna che si è trasformato in un racconto emozionale dove l’autore trasferisce tante emozioni e parla forse meno di vino, ma dichiara l’inizio di un percorso che lo impegnerà poi per altre 2 pubblicazioni.

E forse questo 3° capitolo è quello a cui Camillo è più legato, perché la ricerca intrapresa per scriverlo ha sancito e consolidato tanti legami con questo territorio, ha dato conferme ma anche in certo qual modo tolto certezze, rinsaldato il gusto di una scoperta continua e mai scontata. I vini di Borgogna racchiudono tutto questo: una commistione di elementi che cambiano, di variabili umane, territoriali, climatiche, storiche…in un fondersi e confondersi che spiazzano sempre il degustatore. “Sfugge sempre qualcosa”, confessa l’autore, non si è mai del tutto preparati a confrontarsi con i vini di Borgogna perché ad ogni assaggio si trova qualcosa che magari non si cercava o ci si scopre alla ricerca di ciò che ci si aspettava di trovare e si viene smentiti. Le annate, il territorio e la sua morfologia così mutevole da un chilometro all’altro, la mano dell’uomo ad operare secondo tradizione o secondo ispirazione…Ecco, i vini di Borgogna ti portano al naso ed alla bocca tante piccole unicità che di anno in anno, di vino in vino sono sempre un viaggio esperienziale.

La regione è stata, fino al VIII° secolo in mano alla Chiesa, custodita, gestita, e trasformata in area produttiva di grande pregio dalle monache e dai frati che sapevano coltivare i terreni suddivisi in un modo ancora oggi rintracciabile ed apprezzabile. Un lavoro preziosissimo, al quale i produttori odierni sono tuttora debitori.

Nei territori di Borgona presi in esame dall’opera, Chablis, Côte D’Or, Côte Challonnaise, Mâconnais, si coltivano principalmente Chardonnay (ma persistono piccole quote di Aligotè) e Pinot Noir (con qualche comparsa di Gamay). I terreni sono composti da marne complesse e rocce calcaree, che portano ai vini componenti minerali sempre di grande impatto: attraversano, al naso ed in bocca, la fase sapida passando tra il sulfureo ed il sassoso con eleganza e sinuosa persistenza.

I vini in degustazione, scelti personalmente da Camillo:

1) Domaine Bruno Colin, Chassagne-Montrachet 1er cru “en Remilly” 2015
Si avverte la presenza di un rovere che tende ad imporsi un po’; Camillo ci spiega che Colin, il produttore, ama estrarre senza timidezze. Bocca generosa, complessa, cremosa, ricca di calore. Affiora una parte sulfurea dovuta alle tostature, alla riduzione, alla componente minerale.

2) Domaine Michelot, Meursault 1er cru “Perrières” 2014
Perrières cofina con Puligny, è una vigna molto famosa e cresce su terreno sassoso con molto calcare, vi si possono trovare i fossili. Questa 2014 è stata si un’annata difficile, ma non quanto in Italia, c’è stata molta pioggia ma la ventilazione da nord ha asciugato questi vigneti a fine agosto aiutandoli a completare la maturazione. Vino meno “burroso” del primo, da andare a cercare, con un legno molto ben dosato. Bel frutto al naso, un grande equilibrio in bocca.

3)Domaine Bonneau du Martray, Corton-Charlemagne grand cru 2014
Un naso molto floreale, ci fa notare Camillo, dal profilo sottile. A dire il vero, personamente ci ho trovato una nota minerale molto vicina alla gomma, definita come una “scia sassosa” che però si confondeva elegantemente con il delicato effluvio di fiori gialli. Bocca abbastanza asciutta, dritta. Ma che persistenza! Vino lungo, equilibrato.

4) Domaine Marquis d’Angerville, Volnay 1er cru “Frémiets” 2015
Questo produttore vinifica diraspando completamente le uve. Lavora esclusivamente con questo frutto che regala al vino una porpora intensa, una fruttosità “spinta”, mai in bilico nella sua succosa dirompenza. Ben dichiarato, forse con un accenno di surmaturazione.

5) Domaine Trapet Père et Fils, Chapelle-Chambertin grand cru 2014
Siamo nell’estremo Nord della Côte D’Or, nella zona storicamente più ricca di Grand Cru. Questo vino è ottenuto con una quota di uve non diraspate (forse il 30%). Vino d’essenza, che si dichiara senza mezzi termini: sono IL Pinot Noir. Bocca sapida che chiude con un lungo frutto rosso piccolo e dolce, una fragolina selvatica.

6) Domaine des Lambrays, Clos des Lambrays grand cru 2015
Vino ottenuto da grappoli interi, un filo scontroso, che ha tantissimo dentro, ma è reticente a rivelarsi. Non è un vino di facile comprensione, fa un po’ i conti con sè stesso e col fatto che avrebbe volentieri atteso altri 2 anni prima di farsi aprire. Il produttore lo fa macerare dalle 2 alle 3 settimane, il suo tannino vigoroso e ruvido è la conferma di una natura ancora indomita.

Per concludere, Camillo ci lascia con una frase emblematica: “I grand Cru si sentono in bocca

by Giada Rimondi

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