Serata Onav “5 Vignaioli Piacentini: Piacenza e le sue terre”

19/04/2017

Dice bene il titolo, suona subito evocativo di un grande legame fra terra e lavoro dell’uomo.

Terra, intesa come suolo sul quale ogni pianta è libera di esprimersi, dolcemente guidata dalla mano del vigneron che sa estrarne il miglior prodotto.
Lavoro, un intervento umano che vuole far parlare il vino ed ancor prima di esso, le uve.
Storie di terroir diversi da Nord a Sud, da Est a Ovest, su di una superficie vitata di circa 5.000 ha.

Nei Colli Piacentini, questi 5 vignaioli cercano di portare avanti l’identità di ogni singola porzione di territorio, attraverso filosofie produttive fuori dagli schemi.

I vini sono ottenuti con metodi “non convenzionali”, come ci spiega Elena Pantaleoni dell’Azienda La Stoppa, affinché facciano uscire il vitigno ed il suo potenziale.
Ecco che si ottengono così vini fruttati da bere giovani, così come vini da affinamento.

Elena ci spiega anche che l’area vitivinicola risente della facilitazione concessa dal Consorzio piacentino, il quale ha aperto la strada ai vitigni internazionali (Cabernet Sauvignon, Sauvigno, Pinot Nero…), aspetto che potrebbe distrarre i produttori dagli obiettivi enologici di recupero della tradizione e che, insieme ad un consumo locale ancora molto presente rispetto al potenziale di uscita di prodotto, non aiuta i vignaioli a far arrivare al pubblico la loro visione enoica.

Andiamo quindi a scoprire, di territorio in territorio, questa filosofia.

– Partiamo dai terreni a bassa quota, definiti “poveri”, dai quali però la pianta prende, per poi restituire in frutto, un corredo organolettico a vantaggio di freschezza, delicata sapidità ed un agrumato immaturo quasi pungente.
DINAVOLINO di Giulio Armani da uve Malvasia di Candia Aromatica (25%), Ortrugo (25%), Marsanne (25%) e altre uve bianche (forse trebbiano romagnolo).
Giallo dorato intenso, presente una velatura da lunga macerazione (5 mesi circa) e non filtrazione.
Sorprendente come, a parità di maturazione, vendemmia, macerazione e uvaggio, il DINAVOLO 2009, ottenuto da viti che crescono più in alto, a circa 400 mt. slm, cambi totalmente di colore e profilo gusto-olfattivo. Di un ambrato aranciato, è quasi allappante in bocca, molto coerente con un naso alla confettura di albicocca e scorza di agrume candito, con una lieve speziatura in sottofondo.

– Alberto Anguissola dell’Azienda CASE’, ci fa assaggiare i suoi PINOT NERO.
Il primo è una vendemmia 2014, ottenuto da uve che crescono tra i 100 e i 300 mt. slm, è un vino “semplice”, che risente (positivamente)  del dilavamento del suolo, il frutto diventa quindi più ampio, con buccia sottile e sottile trama estrattiva. Fa una macerazione di 18-20 giorni in cemento e/o acciaio e rimane un filo spigoloso in bocca è un vino un po’ difficile, presenta una nota fumèe abbastanza gradevole e sentori fermentativi di lievito.

Altra cosa invece il CASE’ “Riva Del Ciliegio” 2013: macerazione molto più prolungata per un mosto ottenuto da uve che crescono ad un’altitudine di 500/600 mt. Slm.
In bocca è ben più rotondo, molto morbido e piacevole, con deliziosi sentori di legno e cuoio invecchiato. Alberto ci spiega che i vini non vengono né chiarificati, né filtrati e fanno una decantazione naturale e – ci assicura – con gli anni migliorano tantissimo, arrivando ad altissimi livelli.

Massimiliano Croci ci racconta il suo lavoro in vigna e in cantina attraverso il ricordo di una vinificazione che per i vignaioli prima di lui è stata sempre un po’ una sfida.
I terreni nei quali coltiva – ricchi di sabbie di sedimentazione – sono perlopiù poveri di azoto, coadiuvante naturale dell’azione dei lieviti.
Questi, inizialmente attivi, vanno rapidamente in stress: si vinifica a temperatura non controllata e ne consegue che il freddo li addormenta a fermentazione svolta parzialmente. I mosti restano così tendenzialmente zuccherini e per bloccarne eventuali evoluzioni indesiderate vengono messi in bottiglia, dove mesi dopo e per azione del naturale innalzamento della temperatura, si risvegliano e iniziano a rifermentare.
Una sorta di metodo ancestrale che ritroviamo nel primo dei suoi vini, il CAMPEDELLO – tradizionale blend di Malvasia di Candia Aromatica, Orturgo, Trebbiano, e minori percentuali di Sauvignon e Marsanne. Questo mix di uve viene posto in un unica macerazione “collettiva”. Al naso si presenta un’albicocca spinta, ma non del tutto matura. In bocca è fresco e fruttato, ma direi non esattamente coerente con il profilo olfattivo.
Vino assolutamente gastronomico, come il Gutturnio “SUR LIE” (da uve Barbera e Bonarda), il quale presenta una incredibile nota di benzene, a mio avviso, anche in bocca, che però ben cede al corredo organolettico naturale di queste uve creando un’amalgama di assoluto impatto.

I vini di Croci non subiscono dégorgement, giacciono in bottiglia ad una pressione di 2,5 bar e vengono tappati con tappo raso.

– Con Vino Del Poggio del timidissimo Andrea Cervini andiamo a conoscere una filosofia quasi estrema…Le macerazioni durano minimo 6 mesi, lavorazione che ha come presupposto una sanità delle uve che può essere ottenuta solo attraverso un lavoro in vigna assolutamente maniacale.
Acidità e corpo nel suo “NAVEL”- Barbera e Bonarda al 50% ciascuna – che affina in barrique di passaggio non meglio definito, e arrossisce nel dirlo lo stesso Andrea.
Il bianco 2013 macera addirittura – udite udite – 1 anno! Sembra un vino rosso al palato, è tutto un terziario, ben integrato in un’albicocca matura.

– Il percorso degustativo si chiude con i vini del LA STOPPA.
“MACCHIONA” 2005 è ottenuto con pari percentuale di Barbera e Bonarda da vecchi vigneti. Macerazioni separate per questi mosti che poi sostano per un anno in legno grande (15-20 hl.).
Questo passaggio prolungato regala un naso elegante e una deliziosa acidità volatile lo rende molto bevibile, seppure facendo apprezzare la struttura ed il calore di un’alcolicità importante (14%). niente solforosa, se non quella derivata dagli atti fermentativi.

Altra vera perla dell’Azienda è “AGENO”, nome del fondatore de LA STOPPA. Assaggiamo il 2011, da uve Malvasia, Ortrugo, Trebbiano.
Quattro sono i mesi di macerazione, che avviene sia in legno che in acciaio, per metà e metà.
Il vino sembra ambra liquida, con vividissimi riflessi di oro antico, praticamente cristallino!
Il naso è complessissimo, e descriverne il profilo gusto-olfattivo è compito arduo…
Posso dire che la sua coerenza fra la fase olfattiva e quella squisitamente palatale è evidente. Così come la sua PAI. Un mix di percezioni fruttate, sapide, speziate che creano come una spirale equilibratissima in bocca.

Lascio ai lettori un mio personalissimo commento, a cornice di questo racconto: i vini naturali di questa sera rappresentano indirizzi enologici a ricerca di un’autenticità che può non essere capita immediatamente…L’esperienza di avvicinarli e coglierne le accezioni è stato molto emozionante per me.

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