Quando una delle famiglie più riconoscibili del vino italiano decide di piantare Nebbiolo a 700 metri di quota, vale la pena fermarsi a ragionare su cosa sta succedendo. Rossana Gaja ha raccontato di una nuova cantina a 750 metri e di esperimenti in alta quota che, nelle sue parole, non hanno precedenti. Non è un esercizio di stile: è una risposta concreta al riscaldamento climatico.
Il Nebbiolo è un vitigno storicamente legato a quote e latitudini ben precise, nelle Langhe. La sua maturazione tardiva è sempre stata uno dei suoi tratti distintivi e, insieme, uno dei suoi rischi: vendemmie troppo calde o anticipate possono alterare l’equilibrio tra zuccheri, acidità e polifenoli che rende grandi i Barbaresco e i Barolo. Salire di quota significa recuperare escursioni termiche, allungare la stagione vegetativa, tenere il vitigno nelle condizioni in cui ha sempre espresso il meglio di sé.
Non è una scelta nuova nel panorama viticolo mondiale — le zone alpine e appenniniche italiane hanno una lunga storia di vigneti in quota — ma applicarla al Nebbiolo in un contesto come quello di Barbaresco, con tutto il peso identitario che quella denominazione porta, è un passo significativo. E il fatto che non esistano precedenti documentati, come sottolinea la stessa Gaja, dice molto sulla velocità con cui il settore si trova a dover improvvisare risposte.
Per chi sceglie e serve il vino, questa notizia ha implicazioni pratiche che vanno oltre la curiosità. Se esperimenti simili dovessero consolidarsi e trovare spazio nei disciplinari, le denominazioni piemontesi potrebbero cambiare faccia nel giro di qualche decennio: nuove zone, nuovi profili, forse nuove sottozone. Chi oggi acquista vini di Barbaresco o Barolo per la cantina dovrebbe tenere a mente che le annate future potrebbero riflettere scelte agronomiche molto diverse da quelle che hanno costruito la reputazione di questi vini.
C’è poi un aspetto meno visibile ma altrettanto importante: il riscaldamento non cambia solo quando si vendemmia, ma come la vite lavora durante tutta la stagione. Stress idrici, notti troppo calde, maturazioni squilibrate tra buccia e polpa sono fenomeni che non si leggono facilmente in etichetta ma che chi degusta con attenzione comincia a percepire nelle ultime annate.
L’iniziativa di Gaja non è una soluzione, è un esperimento. Ma è il tipo di esperimento che, se funziona, potrebbe indicare una direzione a tutta la viticoltura piemontese. Vale la pena seguirne l’evoluzione con attenzione.
Fonte: Gambero Rosso




